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SPLUGA
DELLA PRETA
Nel
1975, edito dal Museo
Tridentino di Scienze Naturali,
usciva il volume 'La Spluga della Preta',
che faceva il punto su
cinquant'anni di esplorazioni
nel grande abisso veronese.
GIULIO BADINI
Ricordando
un'impresa.
Appunti personalissimi sulla spedizione degli speleologi di Bologna,
Faenza e Torino alla Spluga della Preta, luglio 1963
Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo
di cui suo loco dicerò l'ordigno.
(Dante, Inf. XVIII)
Primo
pozzo
Vorrei non ammetterlo, vorrei chiamarla diversamente, ma il senso che
mi predomina è paura. Nemmeno il gigantesco pozzo dell'Abisso Revel
pur profondo più del doppio, è a tal punto impressionante.
Sarà per la luce che penetra abbondante, che fa distinguere gli
strati sporgenti come minacciose lame, o misurare i compagni piccoli piccoli,
laggiù sul fondo. O sarà il sentirsi per la prima volta
impotente, privo delle scale, appeso in questa campana irreale all'esile
filo dell'argano che si perde nel bagliore, lassù.

Il primo pozzo
Secondo pozzo
Al buio mi trovo a mio agio; se non altro il buio serve a nascondere la
fatica dei tanti pioli che ancora mancano. E la parete contro il naso
pare offrire protezione, quanto la corda sopra di me.
Triangolo
Si direbbe sia stato fatto apposta. Alla prima strettoia è passato
tutto, fuorché quel sacco con le scatolette dei viveri. Farle passare
ad una ad una, in quella posizione assurda, è come sgranare un
rosario di imprecazioni.
Terzo pozzo
Per quello che ho finora visto in Preta o si sta in piedi nei pozzi o
si è sdraiati in fessure. Sembra non siano contemplate altre posizioni.
Campo base
Tre metri per due sono pochi per nove uomini e trenta sacchi; soprattutto
per vivere! nove giorni. Sopra è il pozzo, davanti solo una strettoia:
di necessità virtù. Mangiare, dormire, cambiarsi, frugar
nei sacchi, cucinare, carburo, scale, sacchi pelo, fango, bussole, scatolette,
acqua, tute, orina, minestrone, in tre metri per due. Eppure verrà
il momento che lo sogneremo come un Eden. E riusciremo anche a dormirci,
seppur di taglio, ventiquattro ore filate.
Fessura fondo SUCAI - Sala dei Cristalli
Tutti parlano della strettoia maggiore, la malefica che divide in due
la Preta e i suoi esploratori. Nessuno parla della fessura alla base del
terzo pozzo, quella del campo base. Per me non ha molto da invidiare all'altra.
Col pensiero a cosa ci aspetta più avanti la si sottovaluta, e
regolarmente ci si incastra. Quando l'ho presa bassa, quasi sull'acqua
fetida, mi sembrava di aver sopra un'autostrada; quando l'ho presa sopra,
l'autostrada doveva essersi trasferita altrove. Solo molto dopo seppi
che qualcuno v'era rimasto incastrato per ore. Eppure la chiave per passar
meglio deve esserci. Io non l'ho trovata. Il peggio era al ritorno. Arrancare
ormai sfiniti per quadagnare qualche centimetro, vedendo a pochi metri
chi ci ha preceduto sorbirsi un thè caldo entro il sacco pelo.
Tantalo non deve aver provato di peggio.
La strettoia
Avevamo cominciato, settantasei metri prima, col dire che forse si era
esagerato. Disagevole si, ma non impossibile. Man mano che avanzavamo
le parole calavano: il fiato serviva altrimenti, per spingere il sacco
davanti alla testa o per tirare coi piedi quelli dietro. Ma il bello veniva
adesso. Giungere li già spompati dopo ottantasei metri da far invidia
ai vermi e sentire gli smergoli di chi — fisicamente più
idoneo — vi è alle prese, non è incoraggiante. Tre
posizioni in un metro - di fianco di pancia - di fianco - sono troppe
per chiunque. Vorrei essere un contorsionista. Tento o non tento? Sei
mesi di preparazione e di sacrifici, una reputazione, tante scommesse
sono in ballo. Almeno fino al limite Cargnel debbo farcela. Si può
rinunciare prima di avercela messa tutta? E se poi mi incastro? Il caso
o la consapevolezza hanno fatto sì che fossi l'ultimo. Sento parlare
gli altri, di là. Dicono che non è poi così difficile.
Le voci ancora ansimanti tradiscono la bugia. Un attimo fa non la pensavano
così. Ora o mai più. Via il casco, via tutto dalle tasche,
via anche quello che è rimasto delle tasche, tanto non giungerebbero
mai di là. Avanti. Maledetta. Ora a sinistra. Manca il fiato. Troppo
a sinistra, indietro un passo. Anche lo scarpone si è incastrato.
Strappati tuta. Un attimo che respiro. Fin qua è fatta, ma se mi
incastro? e se non riuscissi a tornar indietro? Calma. Ma perché
quaggiù? Con tanti spazi liberi, l'infinito. Se non altro so che
non soffro di claustrofobia. Di qua forse è meglio. Avanti ancora.
Accidenti ad essere al buio. Eccoli. E ora ancora di fianco. Per Giove,
ma qua è più stretto. Dai. Datemi una mano. Dai. Se tiene
la cassa toracica passo. Haia. Finalmente. Se esiste uno shock della nascita,
io l'ho provato almeno due volte.
Pozzo
Fontane
Dalle pareti escono ingenti fiotti d'acqua che si mischiano per proseguire
con un comune destino verso l'ignoto, verso il quale anche noi stiamo
andando.
Sala Faenza
Dopo lungo penare in uno stretto meandro semiallagato, Sala Faenza ci
appare ancor più ampia. Per vederla bene occorrerebbe qualcosa
di più dei nostri fotofori. Ma non intendavamo con questo che Leoncavallo
desse fuoco all'intero sacco del carburo (in realtà lo scoppio
fu accidentale, in quanto il collega si avvicinò inavvertitamente
col fotoforo acceso sul casco al sacco da cui, bagnatesi nel trasporto,
fuoriusciva acetilene, provocando la combustione e rimanendo ustionato
al viso in modo abbastanza grave, soprattutto a quella profondità).
Sala Bertola
In questa bella cavernetta a 619 metri di profondità (bella relativamente
a questo abisso che non fa molte concessioni all'estetica), in questo
geode d'alabastro violato per la prima volta, ha termine la mia Preta.
La fredda programmazione dell'impresa mi ha assegnato un altro compito,
ingrato forse, ma indispensabile come gli altri per il buon esito. Pozzo
Torino, Pozzo Bologna, Galleria Verde e giù giù fino a —886
metri, fino al fondo, li conoscerò solo attraverso il racconto
di Pasini e Ribaldone. Ma la vittoria di uno è la vittoria di tutti,
anche di coloro che vegliano e trepidano, forse più di noi, in
superficie. Come la nostra vittoria è la vittoria di tutti coloro
che, dal lontano 1925 in poi, ci hanno faticosamente preceduto in questa
ostica voragine.
Sala Faenza
Esaurito il rilevamento, il compito mio e di Babini è di attendere
il rientro della squadra in questa sala per assicurare la risalita sul
Pozzo del Chiodo. Di Maio e Pavanello stazionano sul Pozzo Torino, Canducci
sul Pozzo Bologna. Saranno per tutti le peggiori ore trascorse in grotta.
Un giorno intero completamente bagnati, stanchi per le oltre trentasei
ore di tirata continua, con temperatura di pochi gradi, a corto di viveri
e senza orologio, al buio per risparmiare carburo, ad attendere, attendere.
Quando la stanchezza ci vinceva, era il frenetico battere dei denti a
svegliarci. La speranza congiurava contro i sensi già allentati:
ogni gorgogliare della cascata ci faceva scattare in piedi, illudendoci
di aver udito voci amiche dall'ignoto. Detta ora così mi appare
come la più assurda delle sciocchezze ma — di fronte all'ingente
ritardo — per non pensare al peggio abbiamo più volte accarezzato
l'idea che avessero trovato uno sbocco all'esterno . . .
Campo base
Nonostante il lusinghiero risultato, non c'è festa al campo, anche
se stiamo per abbandonarlo. Siamo ormai senza viveri, bagnati, stracciati,
doloranti e stiamo tirando già da ventotto ore per recuperare il
materiale da oltre fessura. Dovremo ancora tirare, senza soste, fino all'esterno.
Ormai la stanchezza ci ha ridotto ad automi.
Sommità terzo pozzo
II compiuto recupero di trentun sacchi in questo salto ha cambiato radicalmente
il nostro morale: anche se stiamo sgobbando da trentacinque ore, sentiamo
che siamo già vicini all'epilogo. Un po' di carne in scatola e
una canta in certi momenti riescono a far miracoli.
Secondo pozzo
La fune di sicura (o di tiro?) non mi è ora meno utile di quanto
non
10 fu a suo tempo il cordone ombelicale. Facendo appello alle ultime briciole
di volontà e di energia, salgo piolo dietro piolo al ritmo dei
compagni. L'immagine di quella scala è impressa nella mia mente
come un binario di ferrovia che dal nulla viene e nel nulla sparisce.
Primo pozzo
Non ho problemi o remore di sorta ad entrare nell'imbracatura dell'argano;
i timori e le sensazioni della discesa sono completamente svaniti. Poscia,
più che l'dolor, potè'l digiuno. Unico dominante, quasi
una bramosia, era il pensiero che tra pochi minuti si sarebbe conclusa
la nostra lunga notte di centonovantadue ore, nove giorni nelle viscere
della terra per svelare il mistero di quella che era la più profonda
voragine d'Italia e la seconda del mondo, un K2 alla rovescia. Mai come
allora seppi gustare l'accarezzante calore del sole, l'inebriante profumo
dei pollini o l'abbacinante colore dei prati verdi: dopo quarantasette
ore filate di tirata la stanchezza sembrava scomparsa come l'incanto,
per poter godere di questi semplici ma inalienabili e preziosi doni della
Natura.

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